STAVO FACENDO FLESSIONI, E SONO SCOPPIATO IN LACRIME.
Ero nel salotto di casa, in via dei Benci. Quell'anno avevo deciso di rimettermi in forma una volta per tutte. Continuai oltre il punto in cui di solito mi fermavo: le braccia tremavano, il petto bruciava, e le lacrime iniziarono a uscire a fiotti. Andai in bagno. Mi guardai allo specchio.
E mi dissi: «Hai il permesso di espanderti.»
Oggi sono il fondatore di Espansione Psicofisica e di HARA Wholistic Club, a Firenze. Lavoro con uomini che tengono in piedi tutto, e si sono rotti il cazzo di andare avanti così.
Belgrado, 1992
Sono nato a Belgrado nel 1992. A cinque anni il primo trasloco, dalla Serbia alla provincia di Firenze.


Ero un bambino espansivo, abituato a stare con gli altri. Dopo l'immigrazione mi abituai alla solitudine. Sempre a metà tra due posti, sempre attento a capire quale versione di me servisse in ogni ambiente.
Crescevo in una casa che non aveva spazio. Costrizione, paura, ansia. Non dire questo. Non fare questo. Non andare di qua, non andare di là.

Intorno agli undici anni qualcosa si chiuse. Nel corpo, prima ancora che nella testa. Persi il sorriso e la mia spontaneità. Del bambino che ero non restò niente.

Gli adulti iniziarono a chiamarmi «problematico». Io imparai a comportarmi di conseguenza.
Dopo le medie tornai in Serbia per quasi due anni. Risse, amicizie sbagliate, prime sbornie. Poi di nuovo Firenze, una scuola che non c'entrava niente con me, anni persi, un'altra scuola.
Ogni volta che traslocavo lasciavo amicizie, amori e pezzi di me.
Mi adattavo in modo funzionale ad ambienti disfunzionali.
Cento chili
Il cibo mi spegneva.
Potevo mangiare una confezione intera di Kinder Delice e dieci cheeseburger. Arrivai a pesare quasi cento chili.
Una sera mio padre mi guardò e disse:
«Non ti vergogni di come sei diventato? Hai sedici anni e pesi cento chili.»
Mi vergognai profondamente. Perché fu una delle prime volte in cui mi sentii visto.
Decisi di perdere venti chili. Non sapevo niente di nutrizione. Andai a istinto e a testa bassa. Tagliai tutto quello che c'era da tagliare e mi iscrissi in palestra. Non sapevo fare un cazzo, però ci passavo ore.
Persi venti chili in tre mesi. Fu la mia prima vittoria.
Scoprii di avere una volontà enorme. Scoprii anche che potevo usarla contro il mio corpo, spinto dalla vergogna.
In quegli anni bastava che mangiassi un po' di più e arrivava la colpa. Andavo in bagno e vomitavo. La parola che uso per quel periodo è bulimia.
A sedici anni iniziai a lavorare nella ristorazione, per mantenermi. Ci sarei rimasto, con delle interruzioni, fino a dicembre 2022. Guadagnavo bene, piacevo alle donne, sapevo stare in mezzo alle persone.

In quel periodo la sera lavoravo e di giorno andavo a scuola, per pagarmi il privato e recuperare l'anno.
A diciotto anni fumai la prima canna. Due mesi dopo tirai la prima striscia. In tre mesi io e un amico spendemmo ventimila euro in cocaina.

Arrivai a pesare sessantanove chili. Avevo perso i miei amici. Mi interessava soltanto la sostanza.
Capii di nuovo che dovevo cambiare. Riuscii a dare un taglio netto all'uso continuo. Di nuovo fu la volontà a salvarmi. Non smisi, ma almeno non era tutti i giorni.
Cambiavo forma ogni volta che quella precedente diventava insopportabile.


Da fuori continuavo a funzionare.
Dentro appassivo.
La domenica sul bus
Una domenica stavo tornando verso casa dopo un after. Una notte iniziata a cena e finita alle tre del pomeriggio del giorno dopo. L'ultima linea di cocaina l'avevo presa alle due.
Sul bus guardai il portafoglio vuoto. La sera prima avevo duecentottanta euro. Non sapevo dove fossero finiti.
Portavo gli occhiali da sole per non incontrare gli occhi delle persone. A Piazza San Marco salirono i controllori. Non avevo il biglietto. Scesi e attraversai Firenze trascinandomi come un verme, senza neanche un euro per comprare un'acqua.
Arrivai a casa verso le cinque. Fuori c'era ancora il sole. Fumai per riuscire a dormire.
Quella fu l'ultima volta che mi permisi di stare così.
Iniziai ad allenarmi ogni giorno. Sul Lungarno scattai una fotografia che ancora oggi associo a quella decisione. Le flessioni in via dei Benci arrivarono da lì.
A giugno iniziai la terapia. Ci andai per una relazione che non riuscivo a sciogliere. E invece trovai l'oceano di roba non metabolizzata che avevo dentro.
Nel 2017 ripresi a leggere, e i libri diventarono il mio rifugio. Arrivavo a comprarne dieci in una settimana: psicologia, filosofia, neuroscienze, meditazione, Dostoevskij. Chiunque sapesse mettere parole addosso al disagio che sentivo.
Raskol'nikov mi fece sentire meno solo.
Negli anni che seguirono ho letto trecento, forse quattrocento libri. Mi hanno dato lingua, compagnia e una quantità enorme di idee. A volte mi permettevano anche di restare dentro la storia di un altro uomo, pur di non scrivere la mia.

Lungarno, 2017. Il disgusto per il mio corpo, e la decisione di rimettermi in forma.
Novemila chilometri da casa
Ero andato in Thailandia a «trovare me stesso». Novemila chilometri da casa. Quella notte avevo bevuto, fumato e assunto LSD.
Vissi un episodio psicotico. La notte più lunga della mia vita.
I confini tra dentro e fuori si fusero. Non avevo la struttura per reggere quella botta: tutto quello che avevo represso fino a lì mi arrivò addosso in una volta sola.

La mattina dopo mi svegliai nell'ostello e scesi a fare colazione. Mi sentivo osservato e deriso. Ero convinto che le persone intorno non volessero il mio bene.
Il panico era ancora nel corpo. Presi le mie cose e me ne andai, perché mi vergognavo all'idea di rivederle.
Da quel momento girai per il mondo come una ferita che non riusciva a cicatrizzarsi. Anche il contatto con l'aria faceva male.
Mi chiusi. Paura degli altri, flashback, ruminazione, percezioni uditive che non riuscivo a collocare. Il corpo restava acceso. Tutto sembrava finto, estraneo. Niente era più familiare.
E imparai a portare una maschera.
Lavoravo, leggevo, mi allenavo, meditavo, scrivevo, andavo in terapia. Stavo male.
Per fortuna la terapia era iniziata un anno prima. Quando tornai dalla Thailandia, davanti a me c'era una persona che conosceva Amar prima e Amar dopo. Non dovevo ricostruire la mia storia proprio mentre non riuscivo più a riconoscermi.
Dopo un anno riuscivo di nuovo a lavorare e a stare con le persone. Ma stare non voleva dire sentirmi al sicuro.
Con gli altri reggevo. O meglio: fingevo.
Da solo, sotto i piedi non c'era niente.
Il blackout
Qualche mese dopo Koh Chang arrivò un'altra rottura.
La notte di Halloween ebbi un blackout e picchiai quello che era stato uno dei miei migliori amici.
Avevo compresso mesi e mesi di risentimento. Non l'avevo detto, non l'avevo attraversato, non avevo mai avuto un confronto diretto. Quella notte uscì tutto insieme.
Quando tornai presente, lui era a terra e io sopra di lui, e continuavo a prenderlo a pugni.

Il risentimento spiega la pressione accumulata. Non assolve quello che ho fatto.
L'ho fatto io.
Quella sera imparai ad avere paura di me stesso. A non prendermi alla leggera. Il risentimento è un virus: si gonfia in silenzio ed esplode quando meno te lo aspetti.
Una domanda, camminando
Ci ho messo sei anni a trovare le parole per quella notte.
Camminavo, e mi feci una domanda:
Come deve essere un uomo?
Avevo bisogno di un'identità maschile, e non l'avevo mai avuta. Dal mio inconscio uscì questa frase:
Hands to kill.
Hands to build.
Hands to heal.
Per me lì dentro c'è l'essenza della mascolinità. La forza non è il problema. Il problema è chi decide dove va.
Per anni la mia forza aveva deciso al posto mio. Alcol, cocaina, casini, tempo buttato. E quella notte, il corpo di un amico sotto le mie mani.
Oggi le stesse mani sanno colpire, costruiscono HARA e sanno toccare una persona con cura.
Quella frase mi ricorda di cosa sono responsabile.
Dieci giorni in silenzio
Per capire come sono arrivato a quella domanda, devo tornare indietro.
Nel 2019 feci un ritiro Vipassana. Dieci giorni in silenzio, dodici ore di meditazione al giorno.
La meditazione mi mostrava il caos interno. L'allenamento trasformava l'energia. La terapia mi insegnava a stare in rapporto con me stesso.
A novembre 2019, dopo il ritiro, mi licenziai e partii per qualche mese. Quando scoppiò il Covid ero in Serbia. Avevo dei risparmi e mi presi il primo anno sabbatico della mia vita. Per la prima volta mi dissi: quest'anno vivo come se i soldi non fossero un problema.

Quell'anno imparai a stare davvero con me stesso. Fuori dalla ristorazione, fuori dall'alcol, dal sesso occasionale, dalle vecchie amicizie e dai vecchi schemi. Imparai a costruire sicurezza nel corpo. Più tardi capii che una parte di quella sicurezza era evitamento e dissociazione.
Nel 2021 tornai a lavorare nei ristoranti.
Erano anni che volevo lasciare, e non ci riuscivo. Avevo gestito appartamenti su Airbnb, avevo provato altre strade, ma ai ristoranti tornavo sempre. Non era solo per i soldi, ma perché erano ancora parte di me: fuori dalla sala non sapevo bene chi ero.
In quel periodo arrivai a fare il direttore. Il ruolo che per anni avevo sognato.
La crepa decisiva arrivò durante un servizio, con due piatti in mano.
«È questa la visuale che voglio avere per il resto della mia vita? Io che porto due piatti.»
Smisi di lavorare la sera. Trovai un caffè che chiudeva alle sette.
Dentro quel luogo ero fottutamente fuori posto. La fine arrivò durante una pausa pranzo di quindici minuti.
«Ma io che cazzo ci faccio qui?»
Dicembre 2022. Cascasse il mondo nei ristoranti non ci torno più.

Funzionavo meglio. Ma potevo capire perfettamente un comportamento e ripeterlo il giorno dopo. Potevo avere un corpo forte e usarlo per scappare.
Capivo tutto, e cambiava poco.
La base
La paura torna. La dissociazione anche. A volte mi chiudo e cerco fuori qualcosa che temo di non trovare dentro.
Cado ancora. Prima ci mettevo una settimana a rialzarmi, oggi ci metto mezz'ora.
La differenza è che ora me ne accorgo. Sento il respiro, lo stomaco, il battito. Resto abbastanza da capire cosa sta succedendo e scegliere cosa farne.
Per anni la mia base è stata negli altri. Da solo, il pavimento spariva.
Oggi la casa è vuota, e il pavimento regge lo stesso.
E la mia vita ha una direzione. Prima girovagavo, riempivo il tempo e la testa di stronzate. Oggi la mia energia va da una parte sola.
Questa è la trasformazione più importante della mia vita. Stare dentro il mio corpo, e restarci.
Il corpo è stato la porta per entrare nel presente.
Non la meta.
Come lavoro
Quando lavoro con un uomo voglio capire la sua realtà. Come vive, come sta nel presente, dove evita, che rapporto ha con se stesso. C'è una marea di dimensioni sottili che decidono la qualità di una vita, e quasi nessuno le guarda.
Poi guardo cosa succede mentre la pressione sale.
Il respiro si blocca? La mandibola si chiude? Accelera per finire prima? Si irrigidisce? Scherza per non sentire? Dice sì mentre tutto il corpo sta dicendo no?
Da lì lavoriamo.

Usiamo movimento, forza, respiro e situazioni reali della sua vita. Il punto è riconoscere il momento esatto in cui si abbandona, e riuscire a restare abbastanza da scegliere.
Questo è ESPANSIONE PSICOFISICA.
Scopri Espansione Psicofisica →È un lavoro educativo e di allenamento. Non effettua diagnosi e non sostituisce psicoterapia, assistenza medica o trattamento sanitario.

Non insegno quello che ho letto. Insegno quello che ho attraversato.
Non ho mai smesso
La stessa spinta che mi portava alle dipendenze oggi la riconosco nello studio. La differenza è che adesso me ne accorgo.
Dal 2017 non ho passato un solo giorno senza studiare qualcosa.
Psicologia, neuroscienze, aggressività, panico, ansia, depressione, mascolinità, frammentazione del sé. All'inizio cercavo di capire cosa cazzo succedeva dentro di me.
300+
libri dietro il metodo
700+
ore di meditazione
10
giorni in silenzio totale
9
anni di allenamento quotidiano
Il lavoro sul corpo qui non è teoria: è mestiere certificato.
Un posto per questo lavoro
Nel 2025 ho fondato HARA Wholistic Club, a Firenze.
Volevo portare al mondo le pratiche che hanno cambiato la traiettoria della mia esistenza.

A HARA si spinge. Si respira. Si colpisce. Si impara forza e controllo. Poi ci si ferma e si sente cosa è rimasto addosso.
Non è una palestra. È il posto che avrei voluto trovare a vent'anni.
HARA si basa su tre principi.
BALANCE
La capacità di mantenere equilibrio nella vita.
POWER
La capacità di esprimere potenza.
STILLNESS
La capacità di trovare la quiete anche durante le tempeste.
La tua storia può essere molto diversa dalla mia.
Magari lavori, produci, ti alleni, mantieni le promesse. Le persone intorno ti vedono come uno solido.
Poi torni a casa e non sai cosa desideri.
Ti alleni per non sentire. Bevi per sentire qualcosa.
Continui ad adattarti in una relazione, e ogni volta perdi un altro pezzo.
SE CONTINUI A VIVERE COSÌ PER ALTRI DIECI ANNI, TI PIACERÀ L'UOMO CHE TROVERAI ALLA FINE?
Il test richiede quattro minuti.